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Il passaggio generazionale rappresenta una delle fasi più delicate nella vita di un’impresa. In Italia, dove oltre l’80% delle aziende è di natura familiare, la transizione del patrimonio imprenditoriale non è soltanto una questione di successione, ma un momento di rigenerazione strategica che può determinare la sopravvivenza stessa dell’impresa nel lungo periodo.
Per gestire questo processo con lungimiranza, il nostro ordinamento – pur con le sue specificità rispetto ai modelli anglosassoni – offre oggi diversi strumenti giuridici in grado di coniugare tutela patrimoniale, efficienza gestionale e stabilità familiare. Tra i più diffusi e funzionali figurano il trust, il patto di famiglia e la holding di famiglia.
Nato nel contesto della Common law, il trust è uno strumento giuridico che ha trovato riconoscimento anche in Italia grazie alla ratifica della Convenzione dell’Aja del 1985, entrata in vigore nel nostro ordinamento il 1° gennaio 1992.
In sostanza, il trust consente di separare giuridicamente un insieme di beni dal patrimonio personale del disponente, affidandone la gestione a un soggetto terzo – il trustee – nell’interesse di uno o più beneficiari o per il perseguimento di uno scopo determinato.
Questa separazione patrimoniale, nota come segregazione, costituisce uno dei principali vantaggi del trust: i beni conferiti non possono essere aggrediti da eventuali creditori né del disponente né del trustee, e restano al riparo dalle vicende personali o successorie dei soggetti coinvolti.
Un trust può essere particolarmente utile nel governare la transizione di un’impresa familiare, quando occorre gestire un periodo intermedio prima del passaggio effettivo di proprietà. Per esempio, l’imprenditore può affidare la gestione dell’azienda a un trustee affinché la amministri nell’interesse di un erede, stabilendo che il pieno trasferimento avvenga solo al raggiungimento di una certa età o al verificarsi di specifiche condizioni.
In questo modo, il trust diventa un ponte tra generazioni, capace di garantire continuità operativa e tutela del patrimonio, riducendo il rischio che decisioni affrettate o conflitti familiari compromettano la stabilità aziendale.
Introdotto nel nostro ordinamento con la legge n. 55 del 14 febbraio 2006, il patto di famiglia (disciplinato dagli artt. 768-bis e seguenti del Codice Civile) consente all’imprenditore di trasferire in vita l’azienda o le partecipazioni societarie a uno o più discendenti, definendo in anticipo le regole del passaggio e le compensazioni economiche tra gli eredi.
Il patto di famiglia rappresenta una deroga controllata al divieto di patti successori (art. 458 c.c.) e nasce per dare certezza e continuità alla gestione dell’impresa, evitando le dispute che in passato potevano paralizzare la vita aziendale al momento dell’apertura della successione.
L’accordo deve essere stipulato per atto pubblico alla presenza di tutti i legittimari – ossia coloro che, in caso di morte, avrebbero diritto a una quota di eredità – e prevede che i beneficiari del trasferimento compensino gli altri con somme di denaro o beni di valore equivalente, a meno che questi ultimi non vi rinuncino.
Uno degli aspetti più significativi del patto di famiglia è la possibilità di premiare il merito e la competenza: l’imprenditore può designare come successori coloro che ritiene più idonei a proseguire l’attività, salvaguardando così l’integrità e la competitività dell’impresa.
Lo strumento può essere modificato o revocato solo attraverso un nuovo patto di famiglia, garantendo così stabilità e chiarezza nel tempo. In un contesto economico sempre più complesso, il patto di famiglia si conferma quindi come una soluzione equilibrata tra esigenze giuridiche, familiari e imprenditoriali.
Tra le soluzioni più moderne e versatili per pianificare la successione e gestire la complessità dei gruppi aziendali vi è la holding di famiglia.
Si tratta di una società – spesso di capitali – che detiene e controlla le partecipazioni nelle società operative del gruppo, fungendo da cabina di regia strategica. In questo modo, la proprietà e il controllo vengono concentrati in un’unica entità, mentre le attività produttive e commerciali restano nelle società sottostanti.
Le holding possono essere pure (dedite esclusivamente al coordinamento finanziario e strategico) oppure miste (quando affiancano anche attività operative). La holding di famiglia si distingue per la natura dei suoi soci, legati da vincoli parentali e da una visione comune di lungo periodo.
I vantaggi di questa struttura sono molteplici:
razionalizzazione del controllo e governance più snella;
contenimento dei conflitti familiari all’interno della holding, evitando ripercussioni sulle società operative;
pianificazione del passaggio generazionale attraverso quote societarie e diritti di voto;
tutela patrimoniale e migliore diversificazione del rischio;
ottimizzazione fiscale, grazie a regimi agevolati come la Participation Exemption (PEX);
migliore immagine e reputazione, per la percezione di solidità e coesione familiare.
La holding può assumere diverse forme giuridiche: società di persone (come la società semplice o la società in accomandita semplice) o società di capitali (S.r.l., S.p.A., S.a.p.A.), ciascuna con specifici vantaggi fiscali e gestionali. La scelta dipende dal grado di complessità del gruppo e dagli obiettivi della famiglia.
Il passaggio generazionale non è soltanto una questione di diritto o di fiscalità, ma un vero e proprio processo di governance e cultura d’impresa. Affidarsi a strumenti come il trust, il patto di famiglia o la holding consente di anticipare le criticità, pianificare la trasmissione del potere e del patrimonio, e preservare quel valore intangibile che rende un’impresa familiare qualcosa di più di un semplice insieme di quote: un progetto che attraversa le generazioni.
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