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La formula “tassazione holding 1,2%” è tra le più utilizzate quando si parla di holding societarie. È anche una delle più fraintese.
Nel linguaggio corrente viene spesso presentata come se fosse un’aliquota speciale, quasi un regime premiale riservato a chi costituisce una holding. La realtà tecnica è più precisa: l’1,2% non è una tassa autonoma, né un beneficio automatico. È l’effetto fiscale che può derivare dal regime di parziale esclusione dei dividendi previsto dall’articolo 89 del TUIR, quando una società soggetta a IRES percepisce utili distribuiti da una società partecipata. Il TUIR prevede, per i soggetti IRES, l’esclusione dal reddito del 95% degli utili distribuiti da società ed enti residenti, con imponibilità del 5% residuo.
Il dato numerico è noto:
Il confronto con la tassazione del socio persona fisica rende evidente il differenziale: una distribuzione diretta a favore di una persona fisica, fuori dal regime d’impresa, è ordinariamente assoggettata a ritenuta o imposta sostitutiva del 26%. La stessa logica era richiamata anche dalla Circolare Assoholding n. 1/2026, che distingueva espressamente il trattamento dei soggetti in regime d’impresa da quello delle persone fisiche non imprenditori.
Il differenziale esiste. Ma va letto con la cautela tecnica che merita. La tassazione holding 1,2% funziona solo se è inserita in una struttura corretta. Quando diventa lo slogan con cui si giustifica la costituzione della holding, l’analisi è già partita nel modo sbagliato.
La tassazione effettiva dell’1,2% nasce da un passaggio preciso: la percezione di dividendi da parte di una holding società di capitali soggetta a IRES.
La società operativa produce utili, delibera la distribuzione e trasferisce il dividendo alla holding. In capo alla holding, il dividendo non concorre integralmente alla base imponibile. Solo il 5% entra nel reddito imponibile; su quel 5% si applica l’IRES ordinaria del 24%.
Il calcolo è aritmetico, ma la sua applicazione è giuridica. Conta il soggetto che incassa il dividendo. Conta la natura della partecipazione. Conta il regime fiscale del percettore. Conta la destinazione successiva della liquidità. Conta, soprattutto, la funzione della holding nell’architettura complessiva.
Una holding che riceve dividendi per reinvestirli, finanziare altre società del gruppo, sostenere operazioni di crescita, presidiare il passaggio generazionale o centralizzare la regia finanziaria opera dentro una logica riconoscibile. In questo caso la fiscalità agevolata non è una scorciatoia, ma l’effetto coerente di una struttura societaria dotata di funzione.
Il 2026 ha reso evidente quanto sia pericoloso ragionare sulla holding come se la normativa fiscale fosse un ambiente immobile.
La Legge di Bilancio 2026 aveva introdotto una modifica rilevante al regime di Dividend Exemption e Participation Exemption. In particolare, aveva previsto soglie minime di rilevanza della partecipazione: almeno il 5% del capitale sociale della partecipata, oppure un valore fiscale riconosciuto non inferiore a 500.000 euro. Al di sotto di tali soglie, il dividendo avrebbe perso l’esclusione del 95%, concorrendo integralmente alla formazione del reddito imponibile. Assoholding, nella Circolare n. 1/2026, aveva evidenziato le criticità strutturali di questa impostazione, segnalando il rischio di incertezza normativa, aggravio amministrativo e possibili effetti distorsivi lungo le catene partecipative.
Il successivo decreto-legge n. 38/2026, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 72 del 27 marzo 2026 ed entrato in vigore il 28 marzo 2026, ha ripristinato il regime ordinario in materia di dividendi e PEX con decorrenza dal 1° gennaio 2026. Assoholding ha letto questo intervento come un ritorno alla coerenza sistematica del regime di esclusione, dopo una fase di forte instabilità interpretativa e applicativa.
La lezione è netta: la convenienza fiscale della holding non può essere valutata una volta per tutte. Va verificata nel periodo d’imposta rilevante, sulla base della normativa vigente, della struttura effettiva e della documentazione disponibile.
Nella pratica, l’equivoco nasce qui. La tassazione holding 1,2% viene assunta come punto di partenza della scelta. Si crea la holding perché “così i dividendi pagano l’1,2%”. Il ragionamento appare lineare, ma trascura la natura stessa della holding.
La holding è una struttura di governo. Serve a organizzare partecipazioni, coordinare società, proteggere asset, disciplinare rapporti tra soci, rendere ordinata la circolazione della ricchezza imprenditoriale, preparare successioni, gestire liquidità e investimenti. Il beneficio fiscale ha senso quando si colloca dentro questa funzione.
Quando la holding viene costituita solo per intercettare il differenziale tra 1,2% e 26%, il rischio è costruire una società formalmente corretta ma sostanzialmente debole. Una società che incassa dividendi senza attività riconoscibile, senza governance documentata, senza flussi coerenti, senza una strategia patrimoniale, senza un piano di utilizzo della liquidità.
Il problema, in questi casi, non è l’articolo 89 del TUIR. Il problema è la struttura che pretende di utilizzarlo senza reggere alla verifica.
La tassazione holding 1,2% riguarda il dividendo percepito dalla holding. Non esaurisce la fiscalità dell’intera catena.
Se la holding incassa il dividendo e trattiene la liquidità per reinvestirla, il vantaggio può essere significativo. La liquidità rimane nel perimetro societario, può essere destinata a nuove acquisizioni, finanziamenti infragruppo, investimenti immobiliari, operazioni straordinarie o progetti di sviluppo.
Se invece la holding incassa il dividendo e lo redistribuisce immediatamente ai soci persone fisiche, l’analisi cambia. Alla tassazione in capo alla holding si aggiunge la fiscalità della successiva distribuzione ai soci.
Il punto tecnico è questo: la convenienza non si misura sul primo incasso. Si misura sull’intero ciclo della liquidità.
Dove resta il denaro? Per quale ragione viene accentrato? Quale funzione svolge nella holding? Serve al gruppo, alla famiglia, alla governance, agli investimenti, alla successione? Oppure transita soltanto per ridurre temporaneamente l’imposizione apparente?
Sono domande decisive. E sono domande che nessun calcolo percentuale può sostituire.
La tassazione effettiva dell’1,2% assume solidità quando la holding ha una funzione sostanziale.
Accade, ad esempio, quando la holding coordina più società operative e riceve dividendi per finanziare nuovi investimenti. Oppure quando accentra la tesoreria di gruppo, governa partecipazioni diversificate, sostiene operazioni di acquisizione, pianifica l’ingresso della nuova generazione o separa il patrimonio dalla gestione operativa.
In queste situazioni, l’incasso del dividendo non è un episodio fiscale. È un flusso interno a un’architettura. La holding ha una funzione leggibile. Le delibere hanno una motivazione. Lo statuto disciplina i rapporti tra soci. I flussi finanziari sono tracciabili. La documentazione spiega le ragioni dell’operazione.
Una struttura così impostata non vive della percentuale. Vive della sua coerenza. L’1,2% ne è una conseguenza.
Ci sono casi in cui la formula dell’1,2% produce aspettative distorte.
Il primo segnale è la holding appena costituita senza reale funzione economica. Esiste una società, ma non esiste una regia. Non ci sono delibere sostanziali, non c’è una pianificazione patrimoniale, non c’è un coordinamento effettivo delle partecipazioni.
Il secondo segnale è la redistribuzione immediata ai soci. La liquidità entra nella holding e ne esce senza che sia chiaro il ruolo del passaggio intermedio. In questi casi la convenienza va ricalcolata sull’intera catena, non sul singolo incasso.
Il terzo segnale è l’assenza di governance. Statuti generici, clausole non personalizzate, mancanza di patti, assenza di regole tra soci o rami familiari. Una holding nata per governare che non governa produce complessità, non ordine.
Il quarto segnale è la mancanza di sostanza economica. Una società che non svolge attività riconoscibile, non prende decisioni, non documenta flussi e non coordina realmente il gruppo resta esposta. Anche quando il trattamento fiscale astratto è corretto.
Il quinto segnale è l’assenza di presidio contabile. La holding non si difende solo nello statuto o nell’atto costitutivo. Si difende anche nelle scritture, nei verbali, nei contratti, nelle causali, nei movimenti di liquidità, nella coerenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene fatto.
Molti imprenditori entrano nel tema holding per una ragione fiscale. È naturale. La fiscalità è visibile, misurabile, immediata. Ma una holding costruita bene apre un percorso più ampio.
La prima esigenza può essere l’ottimizzazione dei dividendi. Da lì si passa alla contabilità holding-aware, alla corretta gestione dei flussi, alla revisione dello statuto, alla governance dei soci, al passaggio generazionale, alla protezione patrimoniale, agli strumenti evoluti.
Il valore cresce quando la struttura diventa progressivamente più leggibile.
| Punto di ingresso | Evoluzione naturale |
| Tassazione holding 1,2% | Verifica dei dividendi, della destinazione della liquidità e dei requisiti fiscali |
| Fiscalità strutturata | Contabilità holding-aware e presidio dei flussi |
| Holding correttamente costituita | Statuto personalizzato, governance e clausole di protezione |
| Governance ordinata | Passaggio generazionale e rapporti tra eredi |
| Piano successorio | Patti di famiglia, società semplice, trust, veicoli fiduciari |
| Architettura completa | Riorganizzazioni, M&A familiare, advisory patrimoniale |
La holding produce valore quando rende più ordinato il rapporto tra impresa, patrimonio, soci e futuro.
La convenienza di una holding non si valuta al momento della costituzione. Si valuta quando la struttura viene messa alla prova.
Un accertamento. Una successione. Una lite tra soci. Una cessione di partecipazioni. Un finanziamento bancario. Una distribuzione di dividendi. Un conferimento. Un ingresso della nuova generazione.
È in questi passaggi che emerge la qualità del progetto.
Una holding costruita male può generare costi di correzione, modifiche statutarie, operazioni straordinarie non previste, consulenze aggiuntive, contenziosi, inefficienze fiscali, conflitti familiari e perdita di controllo. Il costo iniziale, in molti casi, è la parte meno significativa. Il costo vero appare quando la struttura incontra la complessità che avrebbe dovuto governare.
La tassazione holding 1,2% ha senso dentro una holding che regge. Diventa fragile quando prende il posto dell’analisi.
Che cos’è la tassazione holding 1,2%?
È l’effetto fiscale che può derivare dalla parziale esclusione dei dividendi percepiti da una holding soggetta a IRES. Il 95% del dividendo è escluso da imposizione; il 5% residuo concorre al reddito imponibile ed è tassato con IRES ordinaria al 24%.
La tassazione holding 1,2% si applica sempre?
No. Va verificata in base al soggetto che percepisce il dividendo, alla normativa vigente, alla struttura societaria e alla destinazione della liquidità.
La holding consente sempre di pagare meno imposte sui dividendi?
La holding può generare efficienza fiscale quando ha una funzione reale e quando la liquidità resta o viene utilizzata coerentemente nel perimetro societario. Se la liquidità viene redistribuita ai soci persone fisiche, occorre considerare anche la fiscalità successiva.
Cosa è cambiato nel 2026 sulla Dividend Exemption?
La Legge di Bilancio 2026 aveva introdotto soglie minime per accedere al regime di esclusione. Il decreto-legge n. 38/2026 ha poi ripristinato il regime ordinario con decorrenza dal 1° gennaio 2026.
Quando la tassazione holding 1,2% è davvero utile?
Quando la holding coordina partecipazioni, gestisce flussi, reinveste liquidità, sostiene la crescita del gruppo, presidia la governance o accompagna il passaggio generazionale.
Come verificare se la propria holding è strutturata correttamente?
Serve una Radiografia della struttura: fiscale, societaria, contabile, statutaria, patrimoniale e successoria. Il calcolo dell’1,2% è solo una parte dell’analisi.
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