• 25 Gen 2022
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Di seguito tutte le risposte alle domande pervenute durante e dopo il webinar

Nel caso in cui il trust disponga della sola nuda proprietà dell’immobile, mentre il disponente detenga un diritto di abitazione nei confronti dello stesso, il diritto di abitazione non potrà essere aggredito dai creditori del beneficiario ( il diritto di usufrutto invece si).
(Risposta dell' Avv. Lupoi - Associazione "Il Trust in Italia") La ultima legge (Legge 1.03.2010 n. 42) che ha regolamentato in modo organico il trust nella Repubblica di San Marino è una buona legge sul trust. Essa ha un impianto civilistico, è scritta in lingua italiana ed è molto flessibile. È una legge innovativa su alcuni aspetti in quanto, ad esempio, disciplina nel caso di responsabilità del Trustee il risarcimento del danno comprende sia il danno emergente che il lucro cessante e prevede una prescrizione di 5 anni per la relativa azione dal momento in cui il beneficiario (o il guardiano in caso di mancanza di beneficiari esistenti) ha avuto conoscenza dei fatti produttivi di responsabilità del trustee. La flessibilità della legge riguarda invece il fatto che moltissimi articoli iniziano con la frase: “Se l’atto istitutivo non dispone diversamente..”, quindi bisogna conoscere bene la legge e valutare, di volta in volta, le scelte da compiere su ogni posizione giuridica che può avere una diversa regolamentazione. Si pensi quanto può essere importante attribuire o meno determinati diritti ai Beneficiari, come quello di poter pretendere dal Trustee la cessazione del trust e il trasferimento dei beni in loro favore o secondo le loro indicazioni. Diritto inderogabile in molte leggi sul trust, a San Marino lo si può escludere se si prevede nell’atto istitutivo.   Vi è una pecca, che va detta, ma che non riguarda la legga ma il sistema e attiene alla lenta burocrazia ed amministrazione pubblica presente a San Marino dalla quale i trust, regolati dalla legge, in parte dipendono.
La società semplice, oltre all’attività di impresa agricola e alle attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico ai sensi dell’art. 10 l. n. 183 del 2011, può svolgere anche attività, economica finalizzata al conseguimento di un utile, di gestione di beni, nella misura in cui si tratti di una attività non imprenditoriale, pertanto necessariamente statico-conservativa e non dinamica. L’attività di gestione della società semplice, nella prassi può individuarsi in due diversi ambiti oggettivi: Attività di gestione (statica) immobiliare, per cui gli immobili acquistati dalla società vengono deferiti “a reddito” e non alla vendita e dunque all’attività commerciale. Attività di gestione (statica) di partecipazioni sociali, ossia acquisto e detenzione di partecipazioni sociali, nonché di esercizio dei diritti ad esse inerenti, compresa la percezione degli eventuali dividendi distribuiti dalle società partecipate (cd. holding pura) Assumono di norma questa forma sociale le cd. holding di famiglia statiche, società i cui soci sono componenti di una stessa famiglia, caratterizzate da una gestione statica delle partecipazioni, senza svolgimento di alcuna attività finanziaria di supporto a favore delle società partecipate. Se, quindi, non si ravvisano particolari problemi qualora la holding detenga partecipazioni di minoranza; nelle ipotesi in cui, invece, le partecipazioni oggetto di gestione attribuiscano alla holding il controllo delle società partecipate o siano addirittura totalitarie si profila il rischio di varcare i confini entro i quali può legittimamente svolgersi l’attività di gestione statica della società semplice. È quindi imprescindibile capire quando l’attività della holding pura sia qualificabile come attività (di impresa) commerciale. Fondamentale è la distinzione tra la fattispecie del semplice controllo di cui all’art. 2359 c.c., che esprime di per sé solo la possibilità di esercitare una influenza dominante sulla società controllata, e quella dell’effettivo svolgimento di attività di direzione e coordinamento di società appartenenti al medesimo gruppo, di cui agli artt. 2497 ss. c.c. La giurisprudenza di legittimità ha a tal riguardo affermato che l’attività di direzione e coordinamento della holding si distingue dalla «pura e semplice gestione patrimoniale del portafoglio azionario», la quale si intende come limitata «all’esercizio dei poteri e dei diritti che dalle azioni conseguono». In sintesi, quindi, si può concludere che la società semplice di gestione possa assumere partecipazioni di controllo in altre società, senza per ciò solo esercitare attività di direzione e coordinamento, nella misura in cui si limiti al mero esercizio dei diritti e dei poteri inerenti alla qualità di socio e non predisponga strutture di indirizzo e di pianificazione strategica accentrate. Ciò in quanto il controllo ex art. 2359 c.c. e l’attività di direzione e coordinamento di società sono nozioni tra loro non sovrapponibili.
Nella società semplice le quote sono impignorabili perché il trasferimento della quota comporterebbe la modifica della compagine sociale (voluta nell’atto costitutivo e caratterizzata, per norma generale, dalla scelta personale e fiduciaria rispetto ai singoli soci). Tale modifica comporterebbe pertanto il consenso unanime dei soci ai sensi dell’art. 2252 c.c., cosa che rende impossibile l’esecuzione forzata (ciò inevitabilmente sino all’estio dello scioglimento della società per volontà dei soci ed alla liquidazione pecuniaria delle rispettive quote). Nella società di persone la quota ha una valenza differente da quella che possiede nella società di capitali, in quanto non possiede una sua oggettività, ma rappresenta esclusivamente la misura della partecipazione del socio-personafisica ai diritti e agli obblighi relativi al rapporto sociale, intrinsecamente legata alla persona del socio stesso. Il rapporto sociale in questione è disciplinato anche dagli artt. 2270 e 2305 c.c., che, pur impedendo al creditore particolare del socio di sostituirsi a questo nella posizione di socio, lo autorizzano a far valere le sue ragioni sulla quota spettante al socio stesso ricevuta solo all'esito della liquidazione. L’orientamento giurisprudenziale maggioritario ritiene, quindi, che debba escludersi la sequestrabilità delle quote di società di persone durante societate da parte dei creditori particolari del socio e ciò perché il sequestro ed il conseguente pignoramento comporterebbero la possibilità di espropriazione della quota di società personale da parte del creditore personale del socio e comporterebbero una modifica del rapporto sociale, modifica che confliggerebbe con l’esigenza di rispettare il principio dell’intuitus personae.
In base alla normativa, genera la decadenza dall’agevolazione il trasferimento di una prima casa anteriormente al decorso di un quinquennio dalla data dell’acquisto. Ciò rileverebbe anche in caso di assoggettamento ad un trust di un immobile abitato dal beneficiario del trust stesso. Infatti, se la Giurisprudenza si era espressa in un primo momento in contrasto con le Entrate, affermando (con sentenza 559/4/2016 della Ctp di Savona) che la decadenza del beneficio “prima casa” non avverrebbe in quanto la cessione dell’immobile fatta al trust non rappresenta un arricchimento patrimoniale immediato del beneficiario, in realtà tale ipotesi è stata smentita in tempi recenti dalla Cassazione (n°15988 del 27 luglio 2020), secondo cui la sussistenza dei presupposti per l'agevolazione in esame non può essere valutata avendo riguardo al beneficiario, perché presuppone l'esatta coincidenza tra residente e possessore dell'immobile, e tale coincidenza non è ravvisabile in capo ai beneficiari. Dunque, l’unica ipotesi in cui è possibile non perdere tale agevolazione, è quella in cui, contestualmente alla costituzione del trust, l’immobile sia concesso in usufrutto al beneficiario ( o riconoscendo a questi un diritto di abitazione), mentre il trust detenga la sola nuda proprietà sull’immobile.
L’ipotesi prospettata è quella del conferimento c.d. “congiunto”. In questo caso, il comma 2-bis dell’art. 177 del TUIR non trova applicazione qualora le singole partecipazioni, oggetto di conferimento, congiuntamente consentono di raggiungere le soglie previste.
(Risposta in collaborazione con l'Avv. Lupoi - Associazione "Il trust in Italia") La trasformazione “diretta” di una società di capitali, a prescindere dalla sua qualifica di holding, è un’operazione molto discussa in giurisprudenza e dottrina. Infatti, se da un lato la giurisprudenza civilistica è tendenzialmente contraria, la dottrina, invece, sembrerebbe aprire a tale operazione. Ecco i contributi rilevanti in tema di trasformazione di società di capitali in trust e un breve riepilogo in proposito: Trib. Sassari, 13 luglio 2010, ha dichiarato inammissibile simile registrazione (i) sulla base del principio della tassatività delle ipotesi di trasformazione eterogenea e (ii) per via del fatto che nel contesto di simile trasformazione i terzi ricevono una tutela deteriore rispetto a quella garantita dai rimedi ordinari, in Giur. Comm., 2012, II, p. 1033 ss., con nota adesiva di Carraro; Trib. Roma, 20 luglio 2017, in Trust&AttivitàFiduciarie, 2018, p. 53 ss.: ha ritenuto inammissibile simile trasformazione vuoi per la tassatività delle ipotesi di trasformazione eterogenea vuoi perché la società trasformanda era in liquidazione e si sarebbe pervenuti al risultato inammissibile di procedere alla liquidazione del patrimonio sociale tramite un trust liquidatorio; Giambattista Coltraro, Riflessioni sulla trasformazione di una società di capitali in trust, in Trust&AttivitàFiduciarie , 2013, p. 493 s., ritiene simile trasformazione ammissibile, essendo possibile - dopo la riforma del 2003 - ristrutturare non solo l’organizzazione dell’ente ma anche la sua causa istituzionale e conservandosi e continuando tutti i rapporti giuridici in capo al trustee, e osserva che la medesima trasformazione potrebbe condurre tanto a un trust commerciale quanto a un trust non commerciale; Vincenzo Stuppia, Il regime fiscale della trasformazione di S.r.l. in trust, in Trust&AttivitàFiduciarie, 2017, p. 525 ss., ritiene simile trasformazione ammissibile, ritenendo che il punto di arrivo della trasformazione eterogenea possa anche non essere un soggetto societario e che il principio di continuità - in caso di trasformazione in trust non commerciale - vada riferito non tanto all’impresa quanto all’azienda. Sulla base di quanto appena evidenziato, è opportuno precisare che gli effetti fiscali sono una conseguenza di quelli civilistici, ragion per cui a seconda delle (diverse) interpretazioni giurisprudenziali potrebbe manifestarsi un effetto fiscale piuttosto che un altro. Infatti, è senza dubbio utile rilevare come ci sta stata anche una sentenza tributaria, CTP Roma, 27 gennaio 2017, n. 1836, la quale, però, non si è soffermata sulla legittimità o meno dell’operazione di trasformazione ma solo sull’individuazione del regime fiscale corrispondente. Tale pronuncia, pertanto, data la sua valenza tributaria, non sembrerebbe essere particolarmente rilevante tale da costituire un precedente per l’ammissibilità o meno dell’operazione di trasformazione. Al fine di poter comunque rispondere al suo quesito, ci si pone nell’ottica che sia accettata l’ipotesi della trasformazione “diretta” e che sia tale da integrare una “trasformazione eterogena regressiva”. In questo caso, con riferimento alle imposte dirette, la disposizione di cui all’art. 171 del TUIR stabilisce come i beni della società si considerino realizzati in base al valore normale (art. 9 TUIR), salvo che tali beni non siano confluiti nell'azienda o nel complesso aziendale dell'ente stesso, ovvero del trust. Pertanto, l’operazione sarebbe tendenzialmente neutrale ma a condizione che il trust eserciti un’attività commerciale. Ai fini delle imposte indirette, invece, l’imposta di registro si applica in misura fissa, così come quella ipotecaria e catastale, l’IVA non è dovuta, mentre l’imposta di donazione sarà rinviata solo al momento dell’effettivo passaggio dei beni ai beneficiari e nell’ipotesi in cui questi non coincidano con gli ormai ex soci della società. 

(Risposta in collaborazione con l'Avv. Lupoi - Associazione "Il trust in Italia") Occorre distinguere se i titoli in regime amministrato sono trasferiti o invece l’investimento è costituito dal trustee. Nel primo caso sono sorti dei dubbi, poi superati. I dubbi nascono dalla regolamentazione stessa dell’ art. 6 DL 491/1997, in particolare dal suo comma 6 che stabilisce che i titoli trasferiti ad un altro conto intestato “ad altro soggetto” comporta il realizzo di plusvalenze tassabili latenti. Così circolare AE 48/E del 2007. Ma la norma riguarda i trasferimenti a titolo oneroso, la presunzione di plusvalenze non si applica ai trasferimenti aventi una causa liberale soggetti alla imposizione indiretta ( successione e donazione). Il trasferimento dei beni dal Disponente al Trustee ai fini delle imposte dirette è sostanzialmente sempre neutro. Alcun dubbio sorge se è il Trustee che far gli investimenti finanziari sottoscrive un rapporto in regime amministrato al quale si applicano le sue regole tipiche e quindi i dividendi relativi saranno oggetto di liquidazione di imposta da parte dell’intermediario. In caso di trust opaco, l’imposizione sui redditi da questo prodotti avviene in capo al trust stesso, tramite l’applicazione dell’IRES. Viceversa, in caso di trust trasparente, i redditi prodotti da quest’ultimo saranno imputati per trasparenza ai beneficiari e, dunque, tassati in dichiarazione sulla base degli scaglioni progressivi IRPEF. In aggiunta a ciò, quest’ultima fattispecie è applicabile, secondo la più recente prassi, anche nel caso in cui lo spossessamento avvenga sulla base di disposizioni contenute nell'atto costitutivo o ad elementi di fatto in maniera solo formale, configurando in tal modo una struttura meramente interposta rispetto al disponente (che in questo caso non costituisce un soggetto autonomo passivo di imposta) e dunque il potere di gestire e disporre dei beni permanga in tutto o in parte in capo al disponente. In tale fattispecie dunque, i redditi formalmente prodotti dal trust dovrebbero essere assoggettati a tassazione in capo al disponente. Infine, ove il reddito abbia già scontato una tassazione a titolo d’imposta o di imposta sostitutiva in capo al trust che lo ha realizzato, il reddito non concorrerebbe alla formazione della base imponibile, né in capo al trust opaco né, in caso di imputazione per trasparenza, in capo ai beneficiari del trust trasparente, poiché la percezione di tali redditi da parte degli stessi rimane una mera movimentazione finanziaria, ininfluente ai fini della determinazione del reddito.
(Risposta data in collaborazione con l'Avv. Lupoi - Associazione "Il trust in Italia") In linea di massima sul territorio tutti gli istituti di credito devono aprire conti correnti ai trust su richiesta del Trustee munito del codice fiscale del trust e di una copia dell’atto istitutivo. Se desiderate maggiori dettagli potete contattarci in privato: b.cortese@assoholding.it frl@lupoilex.it